La vera storia del pescatore di de Andrè

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Oggi propongo una nuova analisi del testo “Il pescatore” di Fabrizio de Andrè. Tanti anni passati a credere che fosse il racconto di una grande storia di solidarietà e invece…

E chiese al vecchio dammi il pane
ho poco tempo e troppa fame
e chiese al vecchio dammi il vino
ho sete e sono un assassino.
Gli occhi dischiuse il vecchio al giorno
non si guardò neppure intorno
ma versò il vino, spezzò il pane
per chi diceva ho sete e ho fame.

Come dire: “compare, guarda che ho sete e sono un assassino, perciò dammi da bere: è un’offerta che non puoi rifiutare.”

E il vecchio, poveraccio, apre gli occhi e non si guarda neppure attorno: “tieni, tieni, bevi per l’amor del cielo ma non mi scannare!”

Vennero in sella due gendarmi
vennero in sella con le armi
chiesero al vecchio se lì vicino
fosse passato un assassino.
Ma all’ombra dell’ultimo sole
s’era assopito il pescatore
e aveva un solco lungo il viso
come una specie di sorriso
e aveva un solco lungo il viso
come una specie di sorriso.

“Allora vecchio, hai visto un assassino?” chiesero i gendarmi.

Ma all’ombra dell’ultimo sole (per lui indubbiamente fu l’ultimo) si era assopito (eh, il sonno eterno!) il pescatore, e aveva un solco lungo il viso come una specie di sorriso… già, come una specie di sorriso, ma in realtà era lo squarcio sanguinante lasciato dall’assassino!

Insomma, una storia di puro orrore.

 

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4 pensieri su “La vera storia del pescatore di de Andrè

  1. Per me il pescatore ha percepito l’origine della sofferenza (due occhi grandi da bambino, due occhi enormi di paura): l’amore chiesto e mai ricevuto, così con i gesti (la condivisione dell’amore dei gesti di Gesù sono il calore di un momento) risanano la ferita che lo ha portato a diventare un assassino, questa per me è la speranza che si sente nel senso di libertà-liberazione. Se proprio volessimo pensare che il pescatore sia stato ucciso (allora anche lui lo stava aspettando, e qui ritorna la storia di Gesù) è l’estremo regalo simbolico della “vecchia” pelle che viene lasciata per ritrovare una possibilità di vita senza i gendarmi interiori che controllano e così i sentimenti possono essere vissuti senza ferirsi e ferire nessuno. Fabrizio cuore grande!

    • Come versione classica io conoscevo quella per cui il pescatore infischiandosene della legge aiutava un uomo che benché fosse un assassino aveva bisogno di una mano.

      “L’incontro tra l’assassino e il pescatore avviene in maniera casuale e si consuma rapidamente, senza cerimonie e commenti, quasi nell’indifferenza; ma un’indifferenza di solidarietà e di sincerità che esulano dai comuni rapporti umani.
      L’assassino si qualifica subito per quello che è e manifesta i propri bisogni primari senza cortesie o diplomazie. La reazione dell’interlocutore è sorprendente: esaudisce i desideri dell’assassino senza paura, senza far domande e senza far questione di principio, come fosse naturale aver a che fare con un omicida. Si riscoprono così le condizioni umane più semplici al di là di ogni convenzione e fanno capolino i ricordi dell’infanzia, dell’età dei giochi quando forse non c’era bisogno di trovare difese per far fronte al mondo. L’arrivo dei gendarmi, forse gli stessi che hanno impietosamente cacciato Bocca di rosa da Sant’Ilario, lascia impassibile il protagonista, che non si degna neppure di rispondere ed è già ripiombato nel suo sonno pomeridiano. La strofa finale coincide con quella iniziale e sta ad indicare un tempo non trascorso o comunque rimosso. Questa volta saranno i giustizieri a rimanere scornati perché non li si degna neppure di uno sguardo o di una risposta. Resta solo la specie di sorriso con cui il pescatore guarda sornione al mondo con l’aria di chi sa come. “

      Ora ho cercato un po’ in giro e ho visto che pullulano le più diverse interpretazioni – tanto per cambiare, quando si parla di De Andrè! – fra le quali anche quella che ho appena proposto.
      Personalmente trovo che la versione dell’assassino che scanna il pescatore sia poco più che una barzelletta…

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